
Amo immensamente Lalla Vanzella, da anni, custodisco oltre ad alcune sue sculture, anche parte della sua “vita”. Diari, appunti, disegni, fotografie, missive con Carlo Conte e Dino Buzzati.
In questo contesto, mi piace presentare alcune sue opere in gesso e fotografie che la stessa Lalla, alla fine degli anni 70, ha realizzato all’interno della sua abitazione.
Di seguito la coinvolgente presentazione di Mario Luzi, in occasione dell’esposizione di Lalla Vanzella il 31 maggio 1980 presso il museo civico di Asolo:
Dopo un lungo silenzio ci arriva questa lunga, insistente frase di Lalla Vanzella, un’artista che aveva parlato con sobrio ma acuto tormento.
Che cosa viene a dire, che notizie ci porta?
Chi ne abbia in mente le tese e caste epifanie plastiche che una volta combattevano tra il manifestarsi appunto ed il celarsi – lucendo talora in quell’imprendibile equilibrio – trova in queste un più inquietante contrasto tra la piena espansione dei volumi, la calma maturità delle forme e la chiusura verso il mondo, l’introversa acutezza della vita in quei volti, in quei corpi. Quelle fessure degli occhi, quelle palpebre pesanti, abbassate…

Offrirsi, affidarsi alla luce, si, ma intanto ritirarsi in un estremo riparo del proprio io, riappropiarsi gelosamente di ciò che cedendo all’invito della natura e del tempo si è liberato, si è lasciato vivere. Questo abbandono e questo timore (come di una persecuzione) promanano simultaneamente dalle forti ma ancora una volta armoniose figure femminili di Lalla Vanzella.
Solo i capelli esorbitano da questo, s’indovina, tremendo gioco: vivono una vita propria, obbediscono e non obbediscono al richiamo dell’interno, sentono l’invito e la forza e la violenza del vento, si abbattono in grandi masse compatte sulla figura prostrata come una pietra tombale.
Ma ecco inopinatamente la frase interrompersi per riprendere slancio, salire di tono e di empito con il volto di Ipazia. Nè storicità, nè alone mitico e poetico sottraggono beninteso la “forma” della laica martire alessandrina al doloroso regime della manifestazione e dell’occultamento di sè che è proprio, dicevamo, di questa fase dell’arte di Lalla.
Anzi questa legge è esaltata. Ipazia riversa dentro di sè la sua morte (che importa sia avvenuta o imminente, visto che è a tal punto in lei) come le altre “persone” plasmate in precedenza la vita intanto che, inastato sul lunghissimo stelo del collo, il suo viso affilato e struggente la prolunga verso il mondo come una nera e luminosa offerta.
Lei simultaneamente, dunque, la assorbe in sè, la deliba, già operandone la trasformazione per forza di pensiero e nella luce di una visione che proprio adesso le si apre. Tutto intorno come un alone il silenzio di questo equilibrio tra interiorità e profferta, tra sofferenza e destino: equilibrio estremo di natura, questa volta, misterica, di effetto transustanziale.
E il volto di quei capelli – di quella coda di quella cometa – riluttanti alla fine, flottanti come un vessillo, sospende e conchiude la figura, ma senza violarne il pathos, nella enigmaticità ora tutta illuminata di una ibis.
